10 album che mi hanno cambiato la vita, che non significa che siano i 10 più belli che ho ascoltato, ma quelli che mi hanno aperto le porte verso ascolti futuri e fondamentali.
10 dischi ai quali sono particolarmente legato, affetti di quelli che vanno al di là della semplice bellezza, ma dei quali non potrei fare a meno.
Quel qualcosa che sai che è lì, ben custodito e al sicuro, che proteggi perché – allo stesso tempo – sono loro che proteggono te e sai, con certezza assoluta, che loro saranno sempre lì anche nei momenti difficili.
Se fossero animali sarebbero sicuramente 10 bei cagnolini che hai salvato da una vita che non si meritavano e, loro, sono disposti a regalarti la loro vita per puro amore, sempre leali e sinceri.
Ma torniamo a quei meravigliosi oggetti rotondi che ci hanno fatto perdere la testa, che vi presento in ordine di apparizione:
Led Zeppelin “2”
Quando hai 7 anni e quel disco – e soprattutto il brano iniziale – ti entrano in testa tanto da annullare tutto quello che avevi ascoltato prima.
Colpa di mio fratello Paolo che lo riproduceva con l’assiduità dei quindicenni, Led Zeppelin II diventa il suono definitivo della musica, la chitarra lo strumento che vorrai suonare “da grande” e questo album – ancora oggi di una bellezza travolgente – compagno di ascolti notturni in cuffia a volumi disumani e di corse automobilistiche a velocità proibitive (e proibite).
Nel primo tema scolastico della mia vita è stato protagonista, con tanto di disegno dei 4 cappelloni inglesi.
David Bowie “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust & The Spiders From Mars”
Della serie: quando a scuola tutti ascoltano la colonna sonora de “La febbre del sabato sera” e tu cerchi di dissuaderli proponendo, con forte insuccesso, “Moonage Daydream” oppure “Hang On To Yourself”. L’album che mi ha avvicinato a Bowie, che ho amato fino a “Scary Monsters” per poi scatenare un sentimento totalmente contrario verso questo “traditore”, ma recuperato con le ultime opere e con il ricordo dei primi album, ancora oggi bellissimi.
V.V.A.A. “Woodstock 1 & 2”
Quando I concerti si andavano a vedere anche al cinema, e Woodstock è stato sicuramente uno di quelli che mi ha fatto strappare più biglietti. Era ancora il periodo che quelli bravi non venivano in Italia, e poter scoprire un modo di vivere la musica dal vivo come in quei tre giorni, se hai 13 anni o poco più è qualcosa di fantastico. Poi c’era la chitarra di Alvin Lee, gli Who che più fighi non si può, Hendrix e la sua Strato bianca, i Mountain, ma soprattutto loro – Crosby, Stills, Nash & Young (anche se quest’ultimo nel film non appare) – e l’amore immenso nei loro confronti sboccia e dura del tempo come se fosse il primo giorno.
Arlo Guthrie “Last Of The Brookling Cowboy”
Forse il disco più importante di tutti per me, che mi ha aperto le magiche porte del folk americano.
Il disco che amava mia madre e che ascoltava spessissimo, e che ad ogni ascolto me la fa tornare in mente, che solo per quello vale tutto.
Ma – poi – perché c’era il violino irlandese di Kevin Burke, c’era il blues, il gospel, il bluegrass, una versione da togliere il fiato di “Gates Of Eden” di Dylan e poi lui, il re della chitarra acustica: Ry Cooder che solo l’intensità di “Last Train” mi fa mettere questo disco nella cassaforte più sicura che esista.
Bob Dylan “Pat Garrett & Billy The Kid”
Sicuramente non il più bel disco di Dylan (anche se si tratta di un piccolo capolavoro); non è “Blood On The Tracks”, non è “Highway 61 Revisited”, nemmeno “Blonde On Blonde” o “The Times They Are A-Changin’” ma solo la mirabolante colonna sonora di uno dei più bei film western che un giovane ragazzo poteva vedere a metà degli anni Settanta. E poi c’è quella “Knockin’ On Heaven’s Door” che nessuno – e ripeto nessuno (nemmeno Jerry Garcia o lo stesso Dylan) – riuscirà a riproporre con quell’aura magnifica. E c’è chi pure l’ha devastata, rendendola famosa.
Neil Young ”Rust Never Sleeps”
Come per Dylan, non il suo album per me migliore, ma il primo che ho acquistato in vinile coi miei soldi accantonati pian pianino. Ricordo ancora l’emozione di andare al Mistral Set di Parma per comprarlo, l’adrenalina della strada di ritorno e anche se ne avevo altri duplicati su cassetta questo era il primo che compravo, ed era tutto mio. È tutt’ora un grande disco, di uno degli artisti che più amo ancora oggi, che mi ha condizionato sul modo di vestire, di pensare e votare e che è come un fratello maggiore che con i suoi album veglia su di me.
Grateful Dead ”Skull And Roses”
Solo per la copertina realizzata da quei gran geni di Mouse & Kelly “Skull & Roses” è un disco da avere a tutti i costi. Non sono i Dead di “Live Dead” ma un piccolo spaccato di quello che era la band di Garcia dal vivo nel 1971. Se oggi posseggo un centinaio di album dei Dead (lo so, sono un Deadhead dilettante) è merito di questo disco, sicuramente inferiore ai tanti usciti successivamente sempre di quei primi anni ’70, della più grande band di tutti i tempi.
The Allman Brothers Band “Live At Fillmore East”
E se i Dead sono la più grande band gli Allman sono i più bravi. Come disse Dickey Betts – uno dei chitarristi del sestetto di Macon, Georgia – la differenza tra loro e i Grateful Dead era che gli Allman forzavano la magia ad accadere, mentre i californiani aspettavano che accadesse, ed erano entrambi d’accordo sul fatto che entrambe le cose fossero ugualmente belle. “Live at Fillmore East” è considerate ancora oggi, non a torto, il più bel live album di sempre e poter ascoltare Duane Allman (per il sottoscritto il miglior chitarrista rock di tutti i tempi) è come poter “sguazzare” nella crema pasticciera.
The Who “Who’s Next”
Per me questo è il disco “rock” per eccellenza, al pari con “Quadrophenia” il simbolo di un genere musicale. Non rock’n’roll, rock blues o country rock, ma proprio rock, punto e basta.
L’ho ascoltato per la prima volta penso a 16 anni e da allora non sono mai più riuscito a trovare un simbolo migliore per il rock. A partire dalla loro esibizione a Woodstock considero Pete Townshend uno dei migliori chitarristi “essenziali”, con un suono della sua chitarra (soprattutto la Gibson SG) perfetto. Canzoni a dir poco stupende, ancora oggi simboli di un rock che non potrà mai morire.
David Bromberg “My Own House”
La chitarra acustica, flatpcking e fingerpicking per me è quella di David Bromberg. Non il migliore per tecnica (che cerco sempre di evitare quando è agli estremi, come sempre più accade), ma quello che mi trasmette più emotività, anche grazie alla sua voce, non perfetta e per questo unica e personale. Ho conosciuto Bromberg dalla cassetta (sempre duplicata da vinile) del triplo album “Isle of Wight/Atlanta Pop Festival” dove il songwriter di Philadelphia – nonostante non fosse in cartellone – all’ultimo si esibì nella giornata di mercoledì 26 agosto 1970 nella celebre isola britannica, e nell’album troviamo una bellissima versione di “Mr. Bojangles”, il brano di Jerry Jeff Walker che diverrà un suo cavallo di battaglia. Fu amore a prima vista e “My Own House” racchiude un po’ tutta la musica folk americana ed irlandese, bianca e nera, concentrata in 40 meravigliosi ed imperdibili minuti. Grazie a Bromberg (che definisco l’altra faccia di Cooder) ho conosciuto il bluegrass e Doc Watson, l’altro chitarrista flatpicking (per me) più influente di tutti.






2 Responses
Concordo su tutto, tranne su David Bowie, che non sono mai riuscito a considerare Rock. Ma piuttosto un pop poco incisivo e appassionante. Però sono riuscito a vederlo come nessun suo fan lo ha visto mai: al sound check di Sanremo 1997, debitamente occultato per sfuggire al controllo dei sui managers
Ciao Francesco, capisco il tuo punto di vista, anche io ho avuto un momento di vero rigurgito per la sua discografia dagli anni Ottanta in poi, ma ritornando sui miei passi album come questo (soprattutto in versione live con un superlativo Mick Ronson alla chitarra) o i precedenti “Space Oddity”, “The Man Who Sold The World”, così come “Alladin Sane” e “Diamond Dogs” credo che si possa ampiamente parlare di rock. Capitolo a parte il periodo berlinese con Brian Eno e, anche qui, il pop è parecchio lontano. Ovviamente questo è il mio pensiero.