()… “Strade blu” di William Least Heat-Moon, ogni tanto torna. Deve farlo, è qualcosa che è impossibile da fermare.
Ci ricasco, lo riprendo. “Strade blu” di William Least Heat-Moon (Einaudi) è uno dei pochissimi libri un po’ rovinato, cosa assolutamente strana per me.
Sono uno di quelli che i libri li tratta con assoluta cura, guai a chi fa le orecchie, si usa il segnalibro.
Uno di quelli che prima devo sentirne il profumo e, poi, il libro lo si può iniziare.
Bisogna instaurare un rapporto personale con lui, non è un oggetto qualsiasi. Come i dischi.
Adoro “Strade Blu”, ha un ruolo determinante da quando – sul finire degli anni Ottanta – è entrato nella mia casa.
È stato il volume che ha dato il via alla mia passione per un certo tipo di letteratura, seppur non il primo che trattava di viaggi attraverso gli Stati Uniti, quello che ha innescato il tutto, che ha acceso la miccia.
Lo amo così tanto non solo per come è scritto, ma anche perché rappresenta un mio sogno irrealizzato e che, forse, non potrà mai vedere la luce.
Un viaggio in assoluta solitudine attraverso l’America, lungo le strade secondarie, ben differenti dalle grandi arterie autostradali che non hanno un briciolo di personalità.
La bellezza di potersi fermare dove si vuole, perché qualcosa ha attirato la nostra attenzione, dove anche il caso può avere un ruolo determinante. Dove, comunque, non è tutto programmato e prestabilito.
Forse in America è più semplice che qui in Italia, forse questo autore dal nobile sangue nativo ha avuto più coraggio di me.
Invidia? Si, forse, ma sono felice per lui, perché ha potuto scrivere del suo viaggio e ricavarne una professione, lui che era partito appena appreso di aver perduto il proprio lavoro come insegnante.
William Least Heat-Moon – Strade blu
Era il 1978 e William Trogdon – allievo di John G. Neihardt (biografo di Alce Nero) si scrolla di dosso quel cognome statunitense e va a recuperare quello che la sua percentuale di sangue gli concede.
Dopo aver caricato poche cose su di uno scassato furgoncino Ford Econoline del 1975, riadattato a casa viaggiante, che battezza come Ghost Dancing e – messo in moto – se ne parte per un viaggio circolare della durata di ben tre mesi da e per Columbia, Missouri, e che andrà a toccare zone remote del Tennessee, North e South Carolina, Georgia, Mississippi, Louisiana, Texas, New Mexico, Utah, Nevada, California, Oregon e tutto il Nord coast to coast per tornare in Missouri attraverso il New Jersey.
Nella sua valigia anche 3 libri, “Alce Nero parla”, di Neihardt appunto, “Foglie d’erba” di Walt Whitman e il vecchio atlante Rand McNally, quello dove in blu sono segnate le strade che percorrerà in questo viaggio alla scoperta della vera America.
Non credo che nemmeno immaginasse che sarebbe diventato un caso letterario, tradotto in tre Continenti e per 34 settimane ai vertici della classifica dei migliori libri per il New York Times.
E invece questo viaggio, ricco di incontri casuali, è diventato un classico della letteratura in quell’America sempre e costantemente in viaggio, alla ricerca di quel West ormai immaginario ma che ha caratterizzato la storia di questa popolazione.
Un libro che non si può non amare e che questa volta ho voluto leggere anche con l’aiuto di GoogleMaps per vedere e controllare anche coi miei occhi i cambiamenti rispetto alla narrazione di 42 anni prima (a volte la tecnologia aiuta).
Ma nelle strade blu poco cambia, se non le persone.
Oggi quel viaggio sarebbe differente ma, sicuramente, ancora ricco di emozioni.








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