In questi tempi dove il mito americano sta vivendo un vero e proprio suicidio, quando stiamo aspettando che finalmente gli statunitensi inizino a dimostrarci di che pasta sono realmente fatti – perché non riesco ad immaginare che l’America di oggi sia quella che stiamo vedendo, che sembra di essere tornati indietro a prima della Guerra di Secessione – è la sua letteratura che ci tiene legati a quello che – probabilmente – era solo un sogno.
E tra i tanti scrittori che ci hanno raccontato quell’America che forse abbiamo un po’ troppo idealizzato Ivan Doig è tra coloro che sono riusciti, a cavallo del nuovo millennio, a tenerci legati a quelle terre, amiche ed ostili allo stesso tempo.
E se da una parte Kent Haruf, Chris Offutt, Dorothy Allison, Chuck Kinder, Ron Rash e James Anderson (tra i miei preferiti) ci hanno ammaliati coi loro romanzi ricchi di storie d’amore e crudeltà, Doig ci stupisce per la sua abilità di portarci all’interno delle sue storie di gente comune, dove la lentezza – dolce e maestosa – è il suo marchio di fabbrica.
Niente effetti speciali, solo la gente comune con le sue storie, il suo modo di parlare proletario che rispecchia quell’Ovest tanto amato da questo scrittore.
Ivan Doig – Il racconto del barista
E, poi, il mondo visto e raccontato da adolescenti, come in questo “Il racconto del barista” (2012) ma che troviamo anche in “English Creek” del 1984 e nell’ultimo romanzo “L’ultima corriera per la saggezza” (2015), dove la bellezza sostituisce il clamore e ci riporta a rivivere quelle sensazioni e quelle curiosità che avevamo in fase adolescenziale.
Ecco, quello che maggiormente mi stupisce in Doig è la sua immensa capacità di raccontarci il mondo con gli occhi di un bambino, senza malizia ma con quella curiosità che avevano i bambini prima dell’avvento della tecnologia.
E speriamo che la letteratura non venga sopraffatta dall’Intelligenza Artificiale, perché le news che ci giungono sono a dir poco allarmanti e – allora – addio alla bellezza di leggere e godere delle parole scritte da chi le sa usare per davvero, il tutto sostituito da riassunti generati da macchine che annulleranno il processo cognitivo e il piacere e la meraviglia della lentezza.
«Fermate il mondo, voglio scendere» urlava Mafalda, come darle torto.
Ivan Doig (White Sulphur Springs, 27 giugno 1939 – Seattle, 9 aprile 2015) è pubblicato in Italia grazie a Nutrimenti e tradotto da Nicola Manuppelli.








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