Ho incontrato per la prima volta Jonathan Coe, nel mio percorso di lettore, in un freddo inizio primavera di fine secolo scorso all’Ospedale di Parma.
Cioè, non è che fossimo in camera assieme ricoverati, c’ero solo io.
Il celebre scrittore britannico mi auguro in quei giorni fosse beatamente rilassato nella sua casa di Birmingham, in quelle West Midlands che così bene ci sa raccontare coi suoi libri.
L’incontro lo devo grazie ad un mio cugino che mi venne a trovare regalandomi (che bello quando ti regalano libri, ma solo se son belli) “La Famiglia Winshaw”, primo romanzo di Coe.
Quasi cinquecento pagine che scorrono più veloci del tempo in Ospedale, dove pare si fermi senza via di scampo, più lento delle gocce nella flebo.
Ho adorato da subito quel libro ma – del resto – ho una grande passione per l’universo britannico, Irlanda (e non confondiamo le cose) in primis.
Inghilterra per me è “giallo”, inteso come racconto poliziesco, è la campagna inglese, con le sue luci speciali, le nebbie e i cieli “alti”, i villaggi che non ci vivresti neanche pitturato, ma che hanno un fascino più unico che raro.
E, poi, c’è la musica. Basta solo una cosa: come sarebbe finito il blues senza gli inglesi?
Jonathan Coe – Middle England
Ma torniamo a Jonathan Coe (classe 1961), che magari è ancora beatamente rilassato nella sua casa a Birmingham, e ne ha ben donde poiché il suo ultimo sforzo letterario – “Middle England” – è proprio una lettura piacevole, come del resto tutti i suoi libri passati sotto i miei occhi.
In “Middle England” ritornano alcuni personaggi che già si erano fatti voler bene precedentemente, parlo di Benjamin, Lois e i loro amici già protagonisti nella “Banda dei brocchi” e in “Circolo chiuso”, solo con qualche anno in più sulle spalle e maggiore esperienza.
Ma non è una saga, non è necessario passare prima dalle altre fermate, si può salire direttamente su questo treno che corre dal 2010 alla fine estate del 2018 in un’Inghilterra che cambia drasticamente, che si stacca dall’Europa dopo le celebri Olimpiadi londinesi del 2012. Nel mezzo le vicende legate ai protagonisti, sempre storie di vita vissuta che si legano – come spesso accade nei racconti di Coe – con la realtà di un’Inghilterra che non ha saputo arginare la follia della Brexit, dove la spocchiosità e la supponenza del governo di David Cameron e dei Conservatori ha impedito di vedere tutti gli allarmi che suonavano nella stiva di quella vecchia nave britannica, colata a picco quasi da far scappare Horatio Nelson dalla sua colonna a Trafalgar Square.
Si ride anche in questo “Middle England”, si ride all’inglese e se ti piace qui sei a cavallo. Poi ci sono le rivolte urbane del 2011, che – molto marginalmente – ho avuto modo di vedere nel mio ultimo viaggio a Londra e, ciliegina sulla torta, si scopre Birmingham, il suo trasformarsi in città moderna, dall’architettura avanguardista che sa conservare i vecchi e storici pub, come il The Victoria, proprio sulla curva dove John Bright Street diventa Station Street.
Il tutto sulle note di “Adieu To Old England” della bravissima folksinger Shirley Collins, che ci da il benvenuto nel primo capitolo.
Ottimi i personaggi, bella la storia, un libro da non farsi scappare.








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