Mi son fidato di un amico – come accade alcune volte, non sempre con esito positivo, e sono felice di averlo fatto – perché “Storia di un’amicizia” di Ermanno Cavazzoni meritava davvero la mia attenzione.
Che poi il fulcro di questo libro è proprio l’amicizia, che ha legato per tanti anni l’autore con Gianni Celati, altro scrittore che ha suscitato in me sempre grande ammirazione.
I due si sono conosciuti quasi per caso, sempre che il caso esista o – al contrario – dietro non ci sia un benefico destino che in qualche modo incrocia i vari percorsi personali.
Gianni ed Ermanno si sono conosciuti nella casa di uno dei loro idoli: Ludovico Ariosto, di cui conoscono pressoché tutto e la loro prima accalorata conversazione, scaturita dopo una banale incomprensione, fu così intensa che sembrava di vedere due fanatici del bel calcio a raccontarsi gli indimenticabili 120 minuti di Italia Germania 4-3, oppure quando due fan dei Grateful Dead ripercorrono le varie esibizioni live della più bella e colorata band californiana.
Che poi è bello vedere due amici che condividono un passato fatto di suggestioni vanificate, come quella voglia di fare giustizia che ti viene quando hai l’età di fine liceo, che c’hai quella smania di rivoluzione che poi – crescendo – ti accorgi essere una stupidaggine tra le tante, di cui molti si riempiono la bocca.
Ermanno Cavazzoni – Storia di un’amicizia
Protagonista di questo racconto è l’amicizia, non la celebrità di due amici, ma proprio quel legame che li univa. Un’amicizia seria e profonda, rispettosa tra due persone speciali ma che non si sentono tali.
“Storia di un’amicizia”(Quodlibet Compagnia Extra) potrebbe essere anche una biografia di Gianni Celati, figura molto importante nella letteratura del secondo Novecento italiano, un uomo che viveva di parole, che amava le parole e che – paradosso della vita – le ha finite prima del tempo.
Uno scrittore che non poteva che essere amico di Luigi Ghirri e del Po, delle cose semplici e genuine, come un piatto di tagliatelle al ragù in quella trattoria dove si mangia bene e si spende il giusto e quel bicchiere (o più, a seconda dei casi) di vodka (solo quella) prima di disquisire del mondo o della letteratura con gli amici.
Quel Gianni Celati che se non faceva lo scrittore sarebbe potuto essere un ciclista, come Fausto Coppi, per inerpicarsi sulle montagne in fughe solitarie e, invece, è diventato un cesellatore di parole, sue o di altri.
Un giorno disse: «Chi me lo ha fatto fare di stare sui libri per quarant’anni? Non me l’ha fatto fare nessuno. Ho creduto che fosse un modo meno indecente di tanti altri di stare al mondo. Ecco, ho detto bene? Altro da dire non ho. Andiamo a casa».
E a raccontarcelo è uno come lui, che ha gioito della sua amicizia, della sua compagnia, del parlare delle cose importanti che ci sono al mondo, lasciando fuori dalla porta l’inutilità che ci circonda.
Un racconto dove puoi davvero capire cosa voglia dire avere un amico, quando abusiamo fin troppo di questo termine senza averne capito il significato reale.
E allora dobbiamo ringraziare Ermanno Cavazzoni, un po’ anche la “nostra” Emilia godereccia e profonda per averci fatto conoscere meglio Gianni Celati.
[Antonio Boschi]








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