No Nukes – The MUSE Concerts For A Non-Nuclear Future (recensione album di Antonio Boschi)

No Nukes” è un progetto di quelli che ci ricordano quanti errori ha commesso nella sua pur breve storia l’America ma – anche – quanto alcuni tra i suoi artisti abbiano cercato di cambiarla.

In questo triplo album, edito dalla Elektra/Asylum Records sul finire del 1979, troviamo una serie di artisti – molti all’apice del loro successo – impegnati socialmente e politicamente contro la proliferazione di centrali nucleari, anche in virtù dell’incidente alla centrale di Three Mile Island, avvenuto alle 4:00 del mattino del 28 marzo 1979 quando vi fu una parziale fusione del nocciolo avvenuta nell’impianto sull’isola della Pennsylvania con rilasciò di piccole quantità di gas e iodio radioattivi nell’ambiente.

L’allora movimento musicale statunitense si mosse con tempismo e determinazione, a differenza di oggi dove – nonostante una preoccupantissima crisi dell’ecosistema senza precedenti – gli artisti pare vivano in una bolla anestetizzata con, nel migliore dei casi, un post su uno dei loro social, per non rischiare il boicottaggio o per non intaccare l’affluenza di pubblico ai propri concerti.

Chi ci mette la faccia ancora oggi spesso sono gli stessi che lo fecero – anima e corpo – in quel 1979, quando per quattro serate riempirono tra il 19 e il 22 settembre il Madison Square Garden di New York e poi, il giorno successivo, radunando circa 200.000 persone al Battery Park per un grande concerto gratuito che incendiò la punta meridionale dell’isola di Manhattan.

Ne seguì un film documentario e questo triplo album, che non è certo tutto un capolavoro ma che regala ottime esibizioni e, soprattutto, va preso in considerazione per il messaggio che aveva a suo tempo lanciato.


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No Nukes – The MUSE Concerts For A Non-Nuclear Future

Il lato A del primo vinile si apre con i Doobie Brothers, purtroppo già vittime dello strapotere di Michael McDonald, con “Dependin’ On You” che riflette il nuovo sound, ben lontano da “Toulouse Street”.

Di ben altra caratura Bonnie Raitt che ci presenta “Runaway”, il classico di Del Shannon dal suo album “Sweet Forgiveness”, e dall’ennesimo capolavoro uscito dalla penna di John Prine, quella “Angel From Montgomery” divenuta immortale anche grazie alla singer songwriter losangelina.

Con lei sul palco anche John Hall (forse meglio nel suo ruolo di politico) che poi avrà il suo spazio per proporci “Plutonium Is Forever” ed infine verrà raggiunto sul palco dai Doobie Broters più James Taylor e Bonnie per una non eccelsa versione di “Power”, brano militante dal testo molto profondo.

Il lato B si apre con una delle perle dell’intero album. Bob Dylan non era presente, ma non poteva mancare una delle sue più celebri composizioni qual è “The Times They Are A-Changin’” resa magica dalle voci di James Taylor, Carly Simon e Graham Nash, tre che non te la mandano a dire.

Graham Nash, con una band stellare che vede anche la presenza di David Lindley, Tim Drummond, Russ Kunkel e Craig Doerge ci presenta una toccante versione della sua “Cathedral” a cui segue una emozionante “The Crow On The Cradle” brano pacifista scritto a quattro mani dall’ex Hollies con Jackson Browne e col violino triste di Lindley in bella evidenza.

Browne sale in cattedra e ci propone la sua “Before The Deluge”, una delle perle di “Late For The Sky”, e anche la side B se ne va.

Il secondo vinile si apre con una versione non certamente entusiasmante della younghiana “Lotta Love” interpretata da Nicolette Larson, a cui il canadese l’aveva donata, ma decisamente devastata dal suono quasi disco dei Doobie Brothers.

Ci pensa Ry Cooder a mettere a posto le cose con una ispiratissima versione di “Little Sister”, e qui si vedono i veri fuoriclasse, peccato non avere tutto il suo set che comprendeva anche “Jesus On The Mainline”, “Go Home Girl”, “Tattler”, “Billy The Kid” e “The Bourgeois Blues” che avrebbero reso questo disco stellare.

Le Sweet Honey In The Rock incantano il pubblico con la loro versione a cappella di “A Woman” prima di lasciare spazio a Gil Scott-Heron che ci propone una sofisticata “We Almost Lost Detroit”, senza infamia e senza lode.

Si torna in territorio folk rock con Jesse Colin Young che ci canta “Get Togheter” che ci riporta al periodo degli Youngbloods con assoluto piacere.

La quarta facciata parte con i Raydio che propongono “You Can’t Change That” seguiti da Chaka Khan con “Once You Get Started”, artisti che riflettono il sound di fine anni Settanta e che personalmente non mi convincono.

Torna sul palco James Taylor, questa volta come protagonista e ci sciorina prima una intima versione di “Captain Jim’s Drunken Dream” seguita da “Honey Don’t Leave L.A.” prima di essere raggiunto dall’allora moglie Carly Simon per una brillante versione di “Mockingbird”, dal repertorio di Inez & Charlie Foxx.

Siamo all’ultimo dei tre vinili che si apre con i Poco che ci trascinano nella loro versione di “Heart Of Night”, purtroppo un country rock divenuto troppo commerciale, ma ad aggiustare tutto ci pensa Tom Petty che con i suoi Heartbreakers ci regala una sfavillante “Cry To Me”, brano reso celebre da Solomon Burke e qui si da il via al Rock di classe con la “erre” maiuscola.

Rock che affina i muscoli con l’arrivo di Bruce Springsteen & The E Street Band che – accompagnati da Jackson Browne e Rosemary Butler – ci elargiscono una toccante versione di “Stay”, hit di Maurice Williams & The Zodiacs che abbiamo imparato ad amare tra le tracce dell’album “Running On Empty” del cantautore californiano.

Il pubblico si scalda e si balla rock’n’roll con il medley “Devil With The Blue Dress/Good Golly, Miss Molly/Jenny Take A Ride”, solo un piccolo esempio di quello che era la carica esplosiva della più celebre band del New Jersey.

A celebrare l’ultima facciata di No Nukes tocca a Crosby, Stills & Nash con alcuni tra i loro brani più amati. Si parte con “You Don’t Have To Cry”, ancora una lezione di vocalità. Sempre dall’album di debutto del terzetto arriva “Long Time Gone”, uno degli inni più belli e noti della controcultura americana, con il biondo texano sempre ottimo alla chitarra.

Teach You Children” arriva dal capolavoro “Déjà vu” ed è sempre un piacere quando la si ascolta, con quella sua capacità di renderti felice.

Forse questa poteva essere la degna conclusione di questo disco, ma – al contrario – la scelta è caduta sul ritorno dei Doobie Brothers accompagnati da James Taylor e un po’ tutti a cantare assieme “Talkin’ It To The Streets” e qui sembra di sentire alcune reminiscenze della band di San Josè con Pat Simmons sugli scudi.

Applausi e tutti a casa, ma con nel cuore tanta ottima musica e nella testa i progetti per un mondo migliore, più sano e pulito.

Ma qualcosa dev’essere andato storto.

[Antonio Boschi]


No Nukes – The MUSE Concerts For A Non-Nuclear Future cover album


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