Per analizzare l’album solista di debutto di David Crosby, intitolato “If I Could Only Remember My Name” è necessario fare una premessa, fondamentale per contestualizzare il disco in questione.
Come prima cosa siamo nei primissimi mesi degli anni Settanta, nella soleggiata California, Stato americano che si caratterizza non solo per il clima mite ma – soprattutto – per una libertà di pensiero in ampio contrasto con gran parte della mentalità americana di quegli anni, profondamente ancorata ai valori conservatori e lacerato da tensioni razziali e politiche.
Musicalmente parlando tra Los Angeles e San Francisco sono proliferati una serie di artisti capaci di lasciare il segno, sovverchiando quella egemonia che vedeva la costa opposta e il Sud come il motore musicale degli interi Stati Uniti.
In California arrivano musicisti un po’ da ogni parte degli USA e le due metropoli in breve tempo divengono il centro nevralgico del movimento hippie e della controcultura giovanile, un vero e proprio “esperimento sociale” a cielo aperto, dove la musica non è puro intrattenimento ma manifesto politico e spirituale.
Se a Nord San Francisco diventa la capitale della psichedelia e l’incrocio Haight-Ashbury sede di chilometrici concerti comunitari, più a Sud Los Angeles e il Laurel Canyon sono la sede dove il folk rock risplende di luce propria.
Ma il miracolo avviene quando le due pacifiche comunità si incrociano e la fusione dei loro suoni crea gioielli come l’album in questione, anche se sarà il definitivo scorrere delle note finali di una sincera e meravigliosa utopia, sulla quale ci sarebbe da scrivere ancora tantissimo.
David Crosby – If I Could Only Remember My Name
Il disco originale arrivò nei negozi il 22 febbraio del 1971 (Atlantic SD 7203) e registrato quasi tutto al 245 Hyde Studio C di Wally Heider a San Francisco, capitale indiscussa della psichedelia.
Qui mi permetto di fare un’ulteriore divagazione consigliando a chi non lo avesse di cercare il vinile, possibilmente americano, poiché l’incisione è di altissima qualità, nulla a che vedere con la versione in CD, nemmeno dopo la re-masterizzazione del 2006.
“If I Could Only Remember My Name” viene registrato a seguito dell’acclamatissimo “Déjà vu” dove David Crosby assieme a Stephen Stills, Graham Nash e Neil Young aveva confezionato un album che entrerà nella storia della musica rock.
Era quello un periodo d’oro per il quartetto che – oltre alla loro collaborazione – aveva messo nei negozi altrettanti capolavori, come “After The Gold Rush” per il cantaurore canadese, l’omonimo album di debutto per il texano Stills e “Songs For Beginners” per il britannico Nash.
Prodotto dallo stesso Crosby – che si era fatto il nome per la sua presenza nei Byrds prima dei progetti CS&N e CSN&Y – si avvale dell’opera, come ingegnere del suono, di Stephen Barncard che aveva di recente prodotto uno degli album manifesto del folk rock, “American Beauty” dei Grateful Dead.
L’album di Crosby, oltre ad essere di una bellezza cristallina e ancora non capito nel resto degli USA come si evince dalle prime recensioni del periodo, come già detto sanciva ed era testimone di una sorta di funerale di un movimento pacifico, che aveva lasciato un profondo segno nella musica col suo approccio aperto, sperimentatore e collaborativo.
Non a caso troviamo a partecipare col baffuto Croz la crema della musica californiana di quel periodo.
Membri dei Grateful Dead, dei Jefferson Airplane, gli stessi Nash e Young, Joni Mitchell, Gregg Rolie, David Frieberg e altri amici parteciparono a questa grande festa della musica.
Nove tracce per nemmeno 40 minuti di musica (la durata perfetta di un disco) tra cui appaiono capolavori come “Cowboy Movie”, dove Jerry Garcia regala momenti sublimi assieme ai suoi compari Phil Lesh, Michey Hart e Bill Kreutzmann, oppure “Laughing”, una canzone magica e perfetto simbolo di un’epoca.
Per non parlare “What Are Their Names”, improvvisazione strumentale e vocale e che vede duettare Garcia e Young con le loro chitarre, mentre un coro composto – tra gli altri – da Grace Slick con Paul Kantner, Garcia e la Mitchell porta la canzone a vette estreme, sono un esempio di immensità compositiva.
I giochi di voce di Crosby con le conclusive “Orleans” (un traditional arrangiato da Crosby, dal titolo originale “Le Carillon de Vendôme”) e “I’d Swear There Was Somebody Here” sono da manuale), le sue accordature aperte nell’uso tutto personale della chitarra regalano ancora oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, momenti di pura magia e intelligenza creativa.
Col passare degli anni “If I Could Only Remember My Name” diverrà a ragion veduta un manifesto sonoro, assieme all’altro capolavoro “Blows Against The Empire”, della scena controculturale statunitense e, allo stesso tempo, il più sognante rito collettivo della psichedelia americana.
[Antonio Boschi]

Il mio giudizio
David Crosby – If I Could Only Remember My Name
Un album fondamentale, uno dei massimi manifesti musicali della controcultura californiana, quella che da Los Angeles a San Francisco ha modificato drasticamente il pensiero giovanile di un’America ancora fortemente legata a valori conservatori e piena di tensioni razziali.








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