Recensione dell'album Stephen Stills (1970) di Antonio Boschi

Se valesse la sola prima facciata di questo primo vinile del texano Stephen Arthur Stills sarebbe da annoverare tra i capolavori assoluti della musica moderna, preso nella sua globalità ci si avvicina. Ciò nonostante questo album – semplicemente intitolato “Stephen Stills” – non ha avuto quella considerazione che merita e non se ne parla come di tanti altri album, anche minori. Stranezze che accadono.

Ciò nonostante quello che ho tra le mani e che spesso ha compiuto tutti i suoi giri sul mio giradischi e sul mio lettore CD è il primo lavoro solista (anche di gran lunga il migliore assieme al progetto “Manassas”) di un artista che in quegli anni – siamo nella primavera del 1970 – era una vera e propria star con un breve ma luminoso passato prima con i Buffalo Springfield, poi con la partecipazione alla celebre Super Session, assieme ad Al Kooper e in sostituzione di un “acciaccato” Mike Bloomfield e, soprattutto, per essere uno dei fondatori del supergruppo Crosby, Stills & Nash poi ampliatosi con il subentro dell’amico/nemico Neil Young.

Stephen Stills

Nato a Dallas nel 1945 il buon Stephen nella sua gioventù fu costretto a ripetuti traslochi causa il lavoro del padre che, membro delle Forze Armate, aveva diversi incarichi in altrettante zone degli USA e Sud America (Costa Rica e Panama). Forse fu anche questa vita che lo fece appassionare fin da giovanissimo alla musica folk e blues, senz’altro fu la causa per una sua non celata passione per la musica latino-americana che, a volte, emerge nei suoi componimenti. Abbandonati gli studi universitari nei primi ’60 conosce Richard Furay, col quale si unirà negli Au Go Go Singer. Con questo gruppo, oltre ad incidere un album, intraprese un tour in Canada dove conobbe Neil Young e da qui scoccò quella fantastica scintilla che si trasformò nei Buffalo Springfield.

Terminata questa esperienza venne la chiamata di Kooper e il progetto CSN&Y fino a quando nei mesi di giugno e luglio si recò presso gli Island Studios di Londra per iniziare ad incidere le prime tracce dell’omonimo album solista. Polistrumentista e maniaco delle sovra-incisioni (al contrario di Young dall’atteggiamento molto più “blues”) Stills suonò parecchi strumenti oltre la chitarra e lo vediamo, quindi, accreditato come hammondista, pianista, percussionista e bassista oltre, ovviamente, come cantante solista.

Questo non escluse la presenza di un nutrito gruppo di amici di grande caratura e già nella splendida iniziale “Love The One You’re With” lo affiancano il bassista Calvin “Fuzzy” SamuelJeff Whittaker alle congas e – ai cori – gli amici Crosby e Nash oltre a John SebastianRita Collidge e Priscilla Jones. Una canzone – celebre anche per la sua presenza in “Four Way Street” di CSN&Y – particolarmente festosa con una vena gospel (bellissimo il coro centrale) e che vive sull’Hammond suonato sullo stile di Billy Preston.

La seguente “Do For The Others” è la classica canzone acustica “alla Stills” con la Martin in accordatura aperta a creare una dolce e commovente melodia che resta dentro da subito. Segue il gospel di cui è pregna “Church (Part Of Someone)” un piccolo grande capolavoro lavorato con gusto sublime dalle tastiere, dal bellissimo coro e da un delicato lavoro di archi nel finale.

In quei giorni a Londra viveva (e di li a poco vi troverà purtroppo anche la morte) Jimi Hendrix che prestò la propria arte in una intensissima “Old Times Good Times”, con Stills all’organo, Calvin Samuel al basso, Conrad Isedor alla batteria assieme a Whittaker alle congas. Un brano dall’alto valore adrenalinico con un Hendrix particolarmente ispirato ma che, purtroppo, non potrà assistere all’uscita del disco a lui, ovviamente, dedicato alla memoria.

Grande sorpresa per il seguente brano, dal titolo “Go Back Home” dove troviamo un altro pezzo da novanta della chitarra, quell’Eric Clapton ancora in grandissima forma che entra nel finale di questa splendida song che vive sulla chitarra di Stills a tutto wha-wha che già basta e avanza. Clapton, con un memorabile solo, non fa altro che farci rimpiangere un chitarrista che di lì a pochi anni si perderà in una sterile parodia di se stesso. Sulla Fender, prima acida e alla fine delicatissima, di “Manolenta” si chiude la prima facciata – stupenda – dell’album che, ripeto, ha dell’incredibile per freschezza e genialità sonora.

La seconda facciata si apre con “Sit Yourself Down” dove compare alla batteria John Barbata (con Samuel rappresenterà la sezione ritmica nei live di CSN&Y), un bellissimo blues con la voce di Stills in grande evidenza e il coro che vede tra le sue fila anche Cass Elliot. La seguente “To A Flame” è quella che meno mi convince, nonostante la sua eterea melodia, ma con un’orchestrazione troppo raffinata per i miei gusti.

Tutt’altro per il meraviglioso blues che – solo voce e chitarra e dal vivo – Stills ci presenta appena dopo: “Black Queen”. Qui esce tutta la passione per la musica nera del texano e, soprattutto, la sua abilità come chitarrista. La fedele Martin D45 in double dropped D tuning ci regala momenti di pura magia, con la voce di Stills che gioca meravigliosamente in questo sofferto blues, uno dei pezzi classici nelle esibizioni live di Stills.

In “Cherokee” troviamo all’Hammond il leggendario Booker T. Jones, assieme al flautista Sidney George. Un brano strano, con un’atmosfera soul-jazz e con una chitarra sitar inconsueta, ma che riesce a incuriosire non poco l’ascoltatore. Chiude l’album “We Are Not Helpless” dalla bellissima costruzione – inizialmente folk per trasformarsi, strada facendo e con un incredibile crescendo – assumendo un corpo soul e successivamente diventare un travolgente gospel, con un tripudio finale di organo, archi e cori angelici.

Degna chiusura per un album imperdibile, nonostante la seconda facciata sia leggermente sottotono rispetto alla perfezione della prima. Rimane un disco da cinque stelle, questo è fuori discussione.

[Antonio Boschi]


Stephen Stills (1970) cover album

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