Fairport Convention – House Full, Live at the LA Troubadour recensione Antonio Boschi

Anche se sei i Fairport Convention trovarti improvvisamente – e al culmine della carriera – senza una singer songwriter del calibro di Sandy Denny può facilmente metterti in ginocchio e determinare un vistoso calo qualitativo della tua produzione musicale.

Non è quello che, fortunatamente, è accaduto a questa straordinaria formazione di folk rock britannica che nel giro di pochi mesi – tra la fine degli anni ’60 e i primissimi mesi dei ’70 – si trova costretta a fare i conti in seno alla formazione.

Come prima cosa arriva una tragedia causata dalla perdita del diciannovenne batterista Martin Lambe, perito in un incidente stradale dopo un concerto della formazione a Birmingham e nel quale rimasero uccisi anche Jeannie Franklin e la fidanzata di Richard Thompson.

Nonostante questa batosta il gruppo pubblica “Liege & Lief” uno dei loro album più acclamati assieme al precedente, quel capolavoro che risponde al titolo “Unhalfbricking”, ma nonostante l’onda del successo la grande cantante decide di lasciare il gruppo assieme al compagno Trevor Lucas, sulla scia della defezione di Ashley Hutchings che andrà a formare gli Steeleye Span.

Ma le cartucce in seno al quintetto sono ancora molto buone e “Full House”, che vedrà la luce nel luglio del 1970 ci conferma che questa è ancora la miglior folk rock band britannica in circolazione.

Richard Thompson prenderà in parte in mano le redini della situazione, assieme a Simon Nicol, Dave Pegg, Dave Mattacks e, soprattutto, coaudiovato da Dave Swarbrick, ed il lavoro più difficile risulterà sicuramente quello di Thompson poiché inserire la chitarra elettrica in un contesto folk tradizionale com’era il nuovo sound dei Fairport di quel periodo era una vera sfida.

Swarbrick fu determinante per la crescita di Thompson – come possiamo leggere nella bellissima biografia “Beeswing” edita da Jimenez nel 2021 – dove il chitarrista con origini in parte scozzesi fu abile nell’unire le sue passioni per la musica modale e i bordoni tipici delle cornamuse, abbinando il tutto con le decorazioni, gli scivolamenti, i trilli e i cambi di posizione del repertorio del violino.

Ne uscì un suono nuovo ed unico che contraddistinguerà la figura di Thompson che sostituirà la sua fidata Gibson Les Paul con una Fender Stratocaster, ispirato dal suono di James Burton, Robbie Robertson e Jimmy Bryant, alla ricerca di una timbrica che esprimesse la voce che aveva in testa.

Arriva, intanto, il momento per la band di affrontare a giugno la prima tournèe negli USA che li vide protagonisti – oltre che ai due Fillmore, East e West, di Bill Graham anche al Troubadour di Los Angeles, dove il quintetto suonò per una settimana di fila.

Una permanenza sicuramente positiva per quanto riguardò le esibizioni, decisamente meno per la retribuzione poiché quando si trattò di incassare il previsto cachet di mille dollari arrivò il conto del bar che corrispondeva a millecinquecento dollari, a testimonianza che la nomea che gli inglesi fossero forti bevitori non era in quel caso messa in discussione.

Ma il successo delle serate contribuì a far tornare i Fairport Convention al locale losangelino in settembre ed in una delle esibizioni la formazione fu raggiunta sul palco dai Led Zeppelin al completo. Il set base rappresenterà l’ossatura del “Live At The L.A. Troubadour”, mentre la jam con gli Zep resterà nella cassaforte dell’etichetta A&M senza possibilità che nessuno possa mettervi mano.


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Fairport Convention – House Full

Il CD “House Full, Live at the LA Troubadour” arriva nei negozi di dischi nel 2001 via Island Records, anche se era uscito in edizione più stringata in vinile nel 1986.

Siamo al cospetto finalmente di un live dei Fairport Convention, catturati in uno dei massimi momenti artistici e già l’iniziale “Sir Patrick Spens” ci fa capire di che livello potessero essere le loro esibizioni.

Si tratta di una ballata tradizionale inserita al numero 58 delle Child Ballads e questa rilettura in chiave elettrica arriva dalle session dell’album “Full House” dove alla voce c’era ancora Sandy Denny e qui possiamo notare come la scelta di non sostituirla con un’altra voce femminile alla fine sia risultata una mossa vincente.

Anche la seguente “Banks Of The Sweet Primroses” arriva dalla tradizione Britannica del XIX Secolo e ci accompagna ad una delle prime accelerazioni con le jige e i reel di “The Lark In The Morning”, altra folk song delle tradizioni di Albione, molto popolare e che ci mostra le enormi abilità di Swarbrick al violino.

Sloth, il capolavoro

Un capitolo a parte lo merita “Sloth”, il capolavoro di questo album.

Brano composto da Richard Thompson e Dave Swarbrick e già presente in Full House, si caratterizza per essere uno spartiacque del suono della formazione e qui lo stile chitarristico del suo autore è una vera lezione di classe e tecnica.

Dodici minuti di pura estasi sonora tra tradizione e psichedelia, con un crescendo centrale furioso come un temporale estivo arrivato all’improvviso che, dopo aver scaricato tutta la sua potenza, ci regala la tranquillità bucolica della campagna inglese. Uno dei brani più intensi che il folk rock ci abbia mai regalato, da ascoltare con il volume al massimo.

Staines Morris” ci riporta coi piedi per terra, nella tradizione inglese ed arriva prima di un altro classico della band: “Matty Groves” – altra Child Ballad nota anche come “Little Musgrave and Lady Barnard” proveniente dal Northern England e che saprà rinascere negli Appalachi statunitensi diventando un classico della tradizione stelle e stisce (molto famosa la versione di Doc Watson apparsa su “Home Again!”) – ma che in questo caso diventa furiosa, mettendo in risalto la bravura di questo quintetto.

Si prosegue con “Jenny’s Chickens/The Mason’s Apron”, danza celtica riarrangiata da Swarbrick, anche in questo caso con l’acceleratore a tavoletta che ci introduce ai 5 minuti del lamento di “Battle Of The Somme”, dove possiamo apprezzare il magnifico lavoro di trasposizione dalla cornamusa scozzese  in questa melodia in 9/8 nata nelle trincee della Prima Guerra Mondiale per commemorare la battaglia.

Ci avviamo verso la conclusione con “Bonnie Kate/Sir B.McKenzies”, altro brillante meddley della tradizione ripreso da Full House che ci accompagna alla conclusiva “Yellow Bird”, brano composto dagli americani Marilyn Keith, Alan Bergman e Norman Luboff dalle movenze messicaneggianti – quasi cooderiane – che con i suoi applausi ci porta alla conclusione di questo concerto al quale in tanti avremmo voluto assistere.

“House Full” è un disco da scoprire e riscoprire e che – sicuramente – ha saputro influenzare il nostrano movimento sonoro conosciuto come Combat Folk.

[Antonio Boschi]


Fairport Convention – House Full, Live at the LA Troubadour Cover CD


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