Rock’n’Roll Animal, Lou Reed, Sweet Jane e i sogni di un eterno quattordicenne

Lo stereo era acceso da qualche minuto, gli dava quell’impressione che suonasse meglio, neanche che i transistor fossero come le valvole. Si era chinato per cercare il disco da ascoltare, fai presto quando hai solo quattordici anni, in una manciata di ellepì c’è tutto il tuo universo e, per il momento, ti basta, perché sono sempre i soliti dischi che ascolti, in una sorta di mantra che è fondamentale a quell’età, perché è solo così che la musica ti entrerà in corpo senza più abbandonarti.

Inserisce il jack della cuffia nell’apposito foro, il volume regolato ad un livello da galera, sa già che per un’intera giornata gli sembrerà di avere la metropolitana di Milano in testa, ma se ne frega perché il rock si ascolta al massimo volume. C’era scritto anche in un disco dei Led Zeppelin, e se lo dicono loro lo devi fare.

Prende la copertina del disco e, con assoluta cura, estrae la busta in carta bianca e, poi, il vinile. Lo fa come se avesse in mano un bimbo piccolo, perché gli hanno insegnato che i dischi vanno trattati così e saranno sempre fedeli compagni nella vita.

Posiziona il vinile nero sul piatto del giradischi e con mano chirurgica posiziona la puntina sul solco iniziale e appena sente un leggero scricchiolio lascia andare la mano, pronto alla nuova esperienza.

Succede allora che le due chitarre di Steve Hunter e Dick Wagner iniziano ad invadere il suo cervello, uno a destra, l’altro a sinistra – il miracolo della stereofonia – con un continuo rincorrersi di fraseggi chitarristici da adrenalina pura mentre, al centro, il basso funky di Prakash John, la batteria di Pentti Glan e le tastiere di Ray Colcord fanno il resto.

Il salotto di casa, in quel momento si trasforma nel Madison Square Garden, o meglio nella Howard Stein Academy of Music di New York City, non ci sono più i mobili, neanche la vecchia tappezzeria che sa ancora del fumo delle sigarette di suo padre, ma ci sono solo tante persone, tante ragazze, tutte lì per lui e le luci del palco.

In quel momento Superman, l’Uomo Ragno e tutti i supereroi di casa Marvel gli fanno una pugnetta, si sente il migliore, il più grande, lui e i suoi quattordici anni che allora li odiava e oggi vorrebbe riaverli per riabbracciarli tutti.

È l’eroe assoluto su quel palco, il chitarrista, il cantante. Così bravo che può anche essere il fonico, se solo lo volesse. È in estasi, ma poi succede che dopo tre minuti abbondanti di un continuo roccioso rincorrersi tra le chitarre il suono si catalizza su di un riff ad un volume pazzesco ed un applauso gli fa capire che Lou Reed è entrato.

Il suo corpo è pervaso da brividi ovunque, i suoi jeans sono diventati improvvisamente più stretti. Proprio come piacerebbe a Reed, lui il vero animale da palcoscenico, con quella testa gialla, gli occhiali neri e quella voce che solo lui sa dove l’ha presa.

È “Sweet Jane”, e diventerà un inno della sua generazione, una di quelle canzoni che non dimenticherà mai, che vorrà ascoltare ogni giorno più volte, e sa che prima o poi imparerà a rifarla uguale con la chitarra, provandola e riprovandola nella sua camera per il delirio dei vicini. Amerà tutto il disco “Rock’n’Roll Animal” ma “Sweet Jane” resterà per sempre la sua canzone, perché a quattordici anni è giusto che sia così, anche se sa che succederà che imparerà ad amare il vero suono di Lou Reed, che non è quello. Che “Coney Island Baby” sarà il suo disco preferito dell’ex Velvet Underground, ma oggi – a quattordici anni – è questa la canzone che rappresenterà il suo avvicinarsi al punk che stava nascendo. La canzone che suonerà in eterno su quel palco immaginario che appare improvvisamente appena infila le cuffie in testa e fa partire il giradischi.

Poi accade, un giorno che è più grande, che con suo cugino e un paio di altri amici si ritrova in una stanza in mezzo alla campagna vicino a Fidenza. Il suo amplificatore è un Fender Champ a cui attacca la sua Gibson Les Paul De Luxe che ha comperato facendo la stagione dei gelati durante le vacanze estive. Sono lì in quella stanza e uno dice: «proviamo a fare “Sweet Jane” come nel live di Lou Reed». E, come per miracolo, la suonano tutti come se fossero su quel cazzo di palco a NYC dieci anni prima, ad un volume pazzesco.

Non ci crede, è perfetta, non c’è pubblico ma ritorna a vederlo come quando ne aveva quattordici di anni, ma adesso ne ha più di venti. E sente gli stessi brividi di allora e anche quella sera i jeans diventano più piccoli, ma c’è la Gibson stavolta a nascondere la vergogna. Suo cugino e gli altri non sanno, ma poi magari anche a loro.

Sono consapevoli, però, che non riusciranno più a rifarla così, con quella magia e con quella naturalezza che decidono di non riprovarci più, di smettere. Come Agota Kristof che dopo aver scritto “Trilogia della città di K” ha capito che non sarebbe mai più riuscita ad arrivare a quei livelli e, allora, era meglio chiudere.

Non gli fregava di niente mentre tornava a casa, era ancora in estasi per quegli otto minuti di puro rock. Così in estasi che non gli importava neanche di essersi infilato in un sorpasso tra due TIR che si incrociavano sull’Emilia suonando e lampeggiando di tutto, lui la sua scassa Fiat 124, il Fender e la Gibson nei sedili dietro.

Non gli fregava niente perché lui era meglio di Superman, dell’Uomo Ragno e tutti i supereroi di casa Marvel, aveva suonato “Sweet Jane” come nel disco di Lou Reed e l’aveva fatta a cazzo duro, come piacerebbe a Lou.

Ma oggi, quaranta e passa anni dopo, quel ragazzo di quattordici anni ascolta ancora “Sweet Jane”? E la sua stanza si trasforma nel Madison Square Garden? E…?

Adesso metto su il disco, poi vi dico.

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