Ron Rash – Serena recensione di Antonio Boschi

Una delle più belle sorprese (e scoperte) letterarie di questi ultimi anni per è stata – per il sottoscritto – quella dello scrittore statunitense Ron Rash, giunto nelle nostre librerie grazie a La Nuova Frontiera, casa editrice romana che si sta mettendo in mostra con una serie di artisti di grande rilievo.

Sono 4 i titoli che dal 2021 fanno parte della collana “La frontiera selvaggia” che ci permettono di entrare nel mondo di questo scrittore e poeta di Chester, South Carolina, capace come pochi di catapultarci su quei Monti Appalachi che ci hanno raccontato – tra la musica originale bianca e i tantissimi romanzi – un volto molto particolare degli Stati Uniti.

Ron Rash ha una capacità di scrittura incredibile, sempre in bilico tra eleganza, dolcezza e la crudeltà tipica di quei luoghi, dove l’erba è spesso blue, quando non è insanguinata.

Dopo “Un piede in paradiso” (2002), “La terra d’ombra” (2012) e il capolavoro “Il custode” (2023, per me l’opera più alta di Rash) ecco arrivare, magistralmente tradotto da Valentina Daniele, “Serena” (2008), ed anche qui siamo al cospetto di un grandissimo romanzo, di quelli che ti catturano dalle prime pagine, per l’abilità dell’autore di costruire trame sempre altamente coinvolgenti, inserite in contesti meravigliosamente descritti.


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Ron Rash – Serena

In bilico tra la classica narrazione del Sud, il thriller e il romanzo di denuncia sociale, “Serena” ci porta nei boschi di quella immensa catena montuosa che dal Canada fino all’Alabama separa le regioni della East Coast con il Midwest americano, dove il tempo pare abbia un differente concetto dell’avanzare e dove fiddle, banjos e chitarre sono ancora strumenti che dettano lo scandire del tempo.

Siamo nel pieno di quella Grande Depressione che ha messo in ginocchio un’intera nazione, dove i grandi speculatori hanno spesso giocato con le vite – senza valore alcuno – di uomini, donne e bambini, quelle situazioni che molto bene possiamo trovare in “Sia lode ora a uomini di fama” di James Agree che, con le drammatiche foto di Walker Evans, ci ha permesso di capire com’era realmente quell’America che ha sempre preferito raccontarsi in modo differente.

In queste quasi 400 pagine i protagonisti sono tre: i ricchi, i poveri e i boschi.

Tre protagonisti molto differenti, dove i ricchi sono veramente molto ricchi, crudeli, cinici e farabutti, i poveri veramente poveri, soggiogati e rinunciatari, fatto salvo per lo sceriffo McDowell.

Poi ci sono i boschi che vengono visti solo con l’occhio del profitto economico, anche a discapito di chi voleva salvaguardarne l’ecosistema (la creazione del Great Smoky Mountains National Park), e le enormi difficoltà che l’uomo incontrerà nella sua criminale opera di distruzione.

Le storie si intrecciano, tra le varie relazioni umane e con le colossali piante che non accettano di buon grado di venire abbattute, facendoci capire la durezza del lavoro dei boscaioli.

Serena è la bella e gelida moglie di George Pemberton, una vera dark lady.

I due sono una perfetta “macchina del male” dove lei è la mente e spesso il braccio di questa organizzazione capace di corrompere banchieri e politici.

L’ostinata, crudele ed ambiziosa donna capace di saper essere alla testa di un nutrito gruppo di uomini che la temono e la rispettano, in un folle ed illusorio progetto capitalistico che confonde la ricchezza con la distruzione.

La distruzione di una natura dalla bellezza austera in contrapposizione ai frastuoni di asce e seghe che sono la colonna sonora costante dei poveri boscaioli.

Un romanzo dove la morte è – forse – la vera protagonista, come spesso accade nei romanzi di Rash, dove non è mai un elemento isolato o puramente melodrammatico ma – piuttosto – una forza della natura, inevitabile e radicata nell’aspro paesaggio degli Appalachi.

Una morte non solo delle persone ma anche – se non soprattutto – dell’ecosistema, in uno scenario quasi apocalittico di fango e di ceppi bruciati dove l’autore denuncia che senza una protezione federale forte, come il National Park Service o l’United States Forest Service, il rischio delle terre pubbliche possa tornare ad essere come quello descritto in questo romanzo, dove lo sfruttamento intensivo può generare unicamente comunità impoverite e territori biologicamente morti.

Quasi ad anticipare le recenti e subdole politiche ambientali di Donald Trump con lo “smantellamento” del servizio forestale per arrivare ad un indebolimento della supervisione federale atta a facilitare concessioni minerarie e di disboscamento, proprio come nelle volontà dei Pemberton nel romanzo.

Una forte denuncia all’interno di un romanzo di rara bellezza.

Gran bel colpo per La Nuova Frontiera che con Ron Rash si è aggiudicata un autore che, al pari di Kent Haruf, sa raccontarci un’America che ci piace.

[Antonio Boschi]


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