Spencer Bohren – Tempered Steel foto Antonio Boschi

Parlare di Spencer Bohren è per me un grande onore, grazie alla fortuna di averlo potuto incontrare più volte e aver potuto apprezzare le garndi doti umane oltre che artistiche di questa meravigliosa persona che, ahimé, non è più tra noi da giugno 2019.

Confesso che tra i tantissimi artisti che ho avuto la fortuna ed il piacere incontrare Spencer ha un particolare posto nel mio cuore.

Il mio primo incontro con questo eccelso chitarrista e songwriter è avvenuto nell’ottobre del 2005 al celebre Arkansas Blues & Heritage Festival – meglio conosciuto come King Biscuit Blues Festival – dove eravamo andati per incontrare Willie King e Richard Johnston per invitarli al Rootsway Festival dell’estate seguente.

E proprio ad Helena, la cittadina dell’Arkansas adagiata sulla riva del fiume Mississippi, la mia attenzione è stata rapita da un suono di chitarra e da una voce che mi hanno colpito dalla prima nota.

Arrivati all’acoustic stage dopo una visita alla sede radiofonica della KFFA – da dove si trasmette ancora oggi il programma King Biscuit Time, il più longevo della storia radiofonica statunitense e vedere all’opera il mitico Sonny Payne – abbiamo avuto la possibilità di assistere all’apertura pomeridiana col grande Paul Geremia e il suo blues acustico, seguito dall’allora a me sconosciuto Spencer Bohren che, con assoluta eleganza e simpatia, si è presentato sul palco con la sua celebre chitarra Gibson e una lap steel guitar, oltre alla sua calda e profonda voce.

Un brivido immediato per le atmosfere create dall’allora cinquantacinquenne artista di Casper, Wyoming che ci ha immediatamente fatto capire che oltre ad essere un grande performer è uno studioso e appassionato di musica popolare, sia bianca che nera.

Spencer rappresenta il vero musicista americano, quello che si fa le ossa cantando nelle chiese battiste, che poi impara a suonare la chitarra ed inizia a peregrinare da uno Stato all’altro esibendosi con differenti formazioni in repertori blues, country e anche rock, fino ad arrivare assieme alla dolcissima moglie Marilyn e ai figli a New Orleans dove, immediatamente, conquista il pubblico dei celebri locali Tipitina’s e Old Absinthe Bar nella centralissima Bourbon Street.

Siamo nel 1986 ed è il momento di incidere il primo album, quel “Down In Mississippi” che darà il via ad una serie di album tra cui “Born In Biscayne”, del 2000, che vede la presenza di Dr. John e John Mooney, che è anche il produttore, a conferma delle qualità e della popolarità raggiunta da Bohren.

Persona dotata di grandissimo stile, gentilissimo nei modi e grande amante della musica, Spencer è stato più volte in Italia ed è sempre un piacere incontrarlo ed ascoltare una sua lezione di musica.

L’ultima volta che ho avuto la fortuna di imbattermi il lui e di passare un po’ di tempo in sua compagnia (e dell’immancabile Marilyn) è stato nel 2013 quando abbiamo avuto la possibilità di averlo sul nostro palco del Rootsway Festival nelle magiche serate del 29 e 30 giugno, la seconda assieme a Jimmy “Duck” Holmes.

Stava allora presentando il suo ultimo album, questo “Tempered Steel”, registrato tra il 2011 e il 2012 ed edito dall’etichetta tedesca Valve Records (#4687) che lo vede completamente solo con la sua voce e la sua lap steel guitar ad interpretare brani autografi più alcuni vecchi traditionals e 6 cover, tra cui brani di Blind Willie McTellLeonard Cohen e Bob Dylan (due).


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Spencer Bohren – Tempered Steel

È proprio con un brano del premio Nobel che apre questo disco e “Ring Them Bells” – da quel capolavoro che è “Oh Mercy” – ci trasporta immediatamente lungo le strade di New Orleans con questo intenso gospel.

Money Blues” arriva dal repertorio di Judy Rodenick, folk e blues singer del periodo d’oro dei sixties e celebre per aver scritto quella “I Know You Rider” che abbiamo ascoltato più volte nel repertorio dei Grateful Dead e di Jorma Kaukonen, grande amico di Spencer.

Suite Steel” è il primo dei brani scritti dall’artista, versione solo strumentale con una grande e grave intensità, dove lo slide di Spencer sa perfettamente come muoversi sulle corde della lap steel così come nella seguente prison song “No More Cane On The Brazos”, spesso interpretata dalla grande Odetta, particolarmente toccante in questa interpretazione.

Quando Cohen scrisse “Hallelujah” sapeva perfettamente di aver composto qualcosa di unico. Forse non avrebbe immaginato quante cover la sua celebre canzone avrebbe avuto, purtroppo non tutte degne.

In questo caso il cantautore canadese può riposare il sonno dei giusti poiché la versione che Spencer ci regala – così come nei suoi live – è degna di grandissima attenzione, nel pieno rispetto del capolavoro interpretato.


Spencer Bohren – “Hallelujah” (Rootsway Festival 30 giugno 2013)


Dalla tradizione popolare ottocentesca arriva “The Wayfaring Stranger”, canzone religiosa che ha avuto tantissime celebri interpretazioni soprattutto negli USA (basti pensare a quella di Johnny Cash che chiudeva il Volume III dei suoi stupendi dischi prodotti da Rick Rubin). Anche in questo caso la versione, strumentale, del brano è degna di nota.

Ancora un brano scritto dallo stesso Bohren e “Down In Central Tennessee” non ha la minima difficolta a stare a fianco di brani famosi.

La scrittura è matura e l’interpretazione sempre sentita e, a conferma di ciò, il bellissimo blues che segue – “Broke Down Engine” – merita un grande applauso. D’altro canto Bohren è un grande appassionato di blues pre-war e Blind Willie McTell, autore di questo brano, tra i suoi preferiti.

Ancora un salto a ritroso nel tempo e dal XIX Secolo ecco comparire Stephen Foster, celebre compositore del tempo (è lui che scrisse “Oh, Susanna”), con la sua “Hard Times” e tutta la sua drammaticità, indubbiamente uno dei brani da me preferiti di tutto l’album.

Verso la fine ecco un nuovo brano di Spencer, molto toccante anche questa “Bobby Jo” che ci accompagna con grande pathos verso la fine del disco.

L’album si chiude come si è aperto, ovvero con un brano di Dylan, e questa volta è l’arcinota “Just Like A Woman” che qui, a differenza di tante cover (molte da dimenticare), ha una sua grande personalità, con un ritmo molto rallentato a conferire ulteriore intensità e una vena di drammaticità.

Un disco molto bello per un artista di grande spessore, che ha regalato veramente tanto al popolo degli amanti della musica americana, sempre con l’eleganza e la gentilezza che lo hanno contraddistinto per tutta la sua esistenza.

[Antonio Boschi]


Spencer Bohren – Tempered Steel


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