Valerio Varesi - Lago Santo (2025) recensione Antonio Boschi

Con “Lago Santo” – diciottesima opera che vede protagonista il commissario Soneri – Valerio Varesi ha nuovamente colto nel segno.

Il celebre scrittore, mio conterraneo, ha da sempre avuto la capacità di trasportarci all’interno del territorio nel quale sono ambientati i suoi romanzi, così come di saper caratterizzare i personaggi a tal punto che molti lo avvicinano al grandissimo Georges Simenon.

Si tratta però di un paragone quasi superfluo: lo scrittore belga ha segnato profondamente chiunque ami la letteratura grazie alla sua abilità nel creare l’atmosfera perfetta. In questo, Varesi si dimostra un suo degno erede, pur mantenendo una forte identità emiliana che emerge a volte in modo dirompente.

Come spesso accadeva nei romanzi di Maigret, anche nelle indagini di Soneri il caso giallo passa quasi in secondo piano. Nonostante gli intrecci siano sempre avvincenti e mai banali, i riflettori si spostano sui personaggi e sul territorio, offrendo un affresco perfetto delle contraddizioni sociali e politiche dei nostri giorni.

Quindi non ci troviamo di fronte a un semplice meccanismo poliziesco: ancora una volta, Varesi scava nella terra, nella carne e nelle ferite aperte della società.

Leggere un libro di Valerio Varesi è come entrare in un film: la sua prosa pittorica cattura l’essenza delle stagioni e i profumi di una tradizione culinaria che attraversa costantemente le pagine.

Sullo sfondo emerge lo straordinario territorio parmense, che l’autore conosce profondamente. Dalla “bassa” dominata dal grande fiume Po, passando per le vie della città fino alle vette dell’Appennino, il lettore compie un viaggio alla scoperta delle diversità degli abitanti e delle loro ricette. Piatti, ovviamente, di altissima qualità: dopotutto, Parma non è la capitale del buon cibo per caso.


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Valerio Varesi – Lago santo

Il contesto geografico in Lago Santo non è un semplice fondale cinematografico, ma un protagonista silenzioso ed attivo.

I sentieri che portano alla Capanna del Braiola o alla Sella dell’Orsaro sono dei nodi di memoria per Soneri, luoghi di una giovinezza pulita che, oggi, si scontrano con il grigiore del presente, anzi col nero, vista la tematica.

Infatti tutto si concentra nel profondo significato sociale e politico di questa storia, emblematico specchio di una società che ha dimenticato la propria storia o – meglio – che ne ricorda con grande nostalgia la parte più buia.

In questa storia Varesi si muove con coraggio e misura, senza mai andare sopra le righe o scivolare in facili moralismi. A quasi vent’anni di distanza da “Il fiume delle nebbie”, l’autore torna ad aprire gli scheletri nell’armadio degli estremismi che ancora gravano sulla nostra società.

Passare dalle rive del Po per arrivare ai 1500 metri del Lago Santo e scoprire che i fantasmi di Salò non sono stati debellati, anzi paiono uscire con sempre maggiore vigore nell’ambiente dell’ultradestra cittadina, mondo verso il quale il commissario prova un viscerale fastidio interiore.

Una destra che da una parte mette in mostra una forma di cultura, che ammira Nietzsche e Italo Balbo, dall’altra i classici ed immancabili faccendieri politici e, al centro, il camerata  militante e rancoroso che vede nella violenza la strada da percorrere.

«La violenza è una scorciatoia allettante. Si adotta quando non ci sono più argomenti. È un prodotto diretto dell’ignoranza. Una volta finite le parole e le argomentazioni, cosa ti resta se non manganellare e sparare? Meno parole si conoscono, più violenza ci sarà. E noi stiamo diventando tutti più ignoranti. Ecco la spiegazione».

Dietro a tutto questo un commissario disilluso, malinconico ed introspettivo, come un fotografo che non è più in grado di trovare l’inquadratura ma che si affida al suo intuito per affrontare sia i tanti sospettati che i propri fantasmi esistenziali.

E poi c’è il territorio, la città d’autunno con la sua nebbia, le osterie, l’Oltretorrente e il centro storico e l’Appennino che viene delineato con precisione topografica e profonda sensibilità geopolitica, descrivendo un’Italia marginale, apparentemente dimenticata dalla modernità e custode dei segreti più inconfessabili del paese.

La montagna che trattiene e nasconde per poi restituire, la montagna che è anche il regno degli animali e dei lupi che troppo spesso vengono descritti come il male ma che – al contrario – Varesi ne difende l’appartenenza d un territorio che è anche loro.

Un’indagine che si muove sul sottile filo di confine tra l’odio politico e le vendette personali che non è un semplice giallo ben congegnato, ma un’anatomia sociale di oggi, dove la verità non è mai netta e la giustizia – in un mondo cinico e disilluso – rimane imperfetta, che scava nelle ombre mai del tutto sbiadite del nostro passato.

E alla fine ti viene voglia di andare a cena con Soneri, in silenzio, in uno di quei locali che lui frequenta a mangiare i tortelli che navigano nel burro e si asciugano col Parmigiano, perché a tavola si sta ancora bene.

Peccato non ci sia più il vecchio Lino, che da lui Soneri ce lo potevi trovare di sicuro.

[Antonio Boschi]


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