BOB DYLAN – PAT GARRETT & BILLY THE KID recensione Antonio Boschi

Pat Garrett & Billy the Kid (1973) non è sicuramente l’album più bello inciso da Bob Dylan, ma certamente uno di quelli che ha fatto la storia della musica americana.

Penso di non essere dalla parte del torto quando affermo che Dylan è, forse, l’artista più importante che sia mai esistito.

Piaccia o meno la sua musica, simpatico o no, bisogna riconoscergli l’abilità di aver re-interpretato le tradizioni ed anticipato i tempi con grande intelligenza.

Poi – da non sottovalutare – ha sfornato una serie di album di livelli altissimi, tanto che basta infilare la mano a caso nella sua discografia e, difficilmente, sul nostro piatto girerà un vinile di qualità anche solo sufficiente.

Ma tornando all’album in questione, che vede la luce nel 1973, è a tutti gli effetti il classico esempio di come la musica rock sia stata in grado di fondersi in un’unica visione poetica con il cinema d’autore.

E qui entra in gioco Sam Peckinpah, regista californiano celebre per le sue controverse pellicole e per essere stato tra coloro che hanno – finalmente – sdoganato lo stile dei film western, rendendoli più realistici e violenti, se vogliamo, ed uscendo, soprattutto, dai classici schemi dell’uomo bianco buono e dell’indiano cattivo.

Da sottolineare tra le sue regie quelle per i film “Il mucchio selvaggio”, lo splendido “La ballata di Cable Hogue”, “L’ultimo Buscadero” e quel capolavoro assoluto che è stato “Cane di paglia”.

Con “Pat Garrett & Billy The Kid” Peckinpah ci fa rivivere l’iniziale rapporto di amicizia seguito da quello conflittuale tra il cinico pistolero Pat Garrett e il giovanissimo William H. Bonner, meglio conosciuto come Billy The Kid, che non accetta il cambiamento delle leggi latifondiste in corso nel New Nexico del 1880 e, da anarchico qual è si erge a novello Robin Hood a favore della povera gente penalizzata dai ricchi proprietari terrieri.

Nasce quello che la storia del West ci ha raccontato, con un giovane criminale idealista ed il lungo confronto con l’anziano amico vittima dell’opportunismo e del ruolo del denaro.


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Pat Garrett & Billy The Kid: il disco

Nato come una colonna sonora questo album riesce ad entrare nella storia grazie all’abilità di Bob Dylan di leggere tra le righe di un’ottima pellicola, ed uscendo dai classici concetti della musica per film, cambiando il modo in cui percepiamo le immagini.

Ma nonostante questo l’album non ricevette mai un forte consenso da parte della critica, sempre alla ricerca di quella rock star che lo stesso Dylan aveva volutamente accantonato già con i precedenti album.

Nelle 10 tracce possiamo notare, ancora una volta, l’importanza che The Band ha avuto nel trasformare la musica americana, riportandola a quei suoni scarni e rurali delle origini, influenzando non poco schiere di musicisti (vedi oltre a Dylan anche Grateful Dead o Eric Clapton) e dando il via a tutta quella commistione di sonorità che oggi chiamiamo “Americana Music”.

Il famoso e misterioso incidente motociclistico dell’estate del 1966 ci riconsegnerà un nuovo Bob Dylan che nel ritiro “spirituale” di Woodstock avrà il modo di interagire con Robbie Robertson e gli altri “Hawks” (l’originario nome di The Band) getterà il seme per la sua rinascita, incidendo quei capolavori che sono i “Basement Tapes” per poi trasferirsi a Nashville ed incidere “John Wesley Harding”, pochi giorni dopo la morte di Woody Guthrie, con una formazione assai stringata ed acustica, ma capace di regalarci l’ennesimo, spiazzante, capolavoro dylaniano.

Peckinpah – che non conosceva Dylan – gli chiese di scrivere una canzone per il film, ma quando capì chi aveva di fronte decise di affidargli non solo l’intera colonna sonora ma, anche, una parte per nulla secondaria nel film stesso.

Infatti abbiamo la possibilità di vederlo nei panni di Alias, elemento assai enigmatico, quasi una presenza simbolica al quale il regista voleva dare il volto del cambiamento, che assiste alla fine di Billy (e del mito del West) trasformandola in una sorta di macabra poesia.

Ed è proprio attraverso il personaggio di Alias che dobbiamo leggere attentamente questa colonna sonora che ci descrive meravigliosamente il territorio, le emozioni e la morte con tutta la mitologia dylaniana che da un’iniziale storia di pistoleri si trasforma – grazie alla complicità di due grandi figure come Peckinpah e Dylan – ad una sorta di meditazione sulla morte e sulla memoria.

L’album si apre con la bellissima “Main Title Theme (Billy)”, uno strumentale che ci catapulta immediatamente nella calura di quelle terre a Sud degli USA dove cicale e serpenti a sonagli fanno la colonna sonora al sole che, implacabile, è il vero dominatore della scena.

Alla chitarra acustica di Dylan che fa da narratore si affianca quella di Bruce Longhorne mentre il mitico Jim Keltner inventa i suoni del deserto e Booker T. Jones abbandona l’Hammond per tornare allo strumento col quale si era fatto conoscere nella comunità musicale di Memphis quando militava nella resident band dei Flamingo Room su Beale Street imbracciando un basso.

Segue un altro strumentale, “Cantina Theme (Workin’ for the Law)”, ancora più minimale della precedente che ci accompagna nella prima canzone dedicata al Kid (“Billy 1”), e qui si entra nel nuovo territorio delle ballate di Dylan.

Bunkhouse Theme” è un nuovo strumentale che profuma di Messico, mentre la seguente “River Theme” è una veloce ballad di confine che si porta via i 16:48 minuti della prima facciata.

Il tempo di girare il vinile e veniamo ammaliati dallo strumentale “Turkey Chase”, un eccellente bluegrass che vede la presenza al fiddle del grande Byron Berline e del banjoista Jolly Roger.

Knockin’ On Heaven’s Door”

Una canzone che diventerà un vero e proprio inno generazionale ma, soprattutto, anima di uno delle scene più toccanti dell’intero film, e qui sarebbe necessario fare un discorso a parte perché “Knockin’ On Heaven’s Door” non è solo una delle canzoni più conosciute ed amate di Dylan ma c’è qualcosa che personalmente la rende unica e magica.

Ovviamente questo è un mio personale pensiero, ma sono convinto che questo brano sia uno dei pochi della storia della musica che andrebbero lasciati stare così com’è, senza che nessuno – Dylan compreso – la riproponessero, un po’ come “Will To Love” di Neil Young che appare nell’album “American Stars ‘n Bars”.

Mi taccio e cerco di non pensare alla versione riproposta dai Guns N’ Roses che ha avuto – se non altro – il merito di rendere felici le casse di Dylan che, oggettivamente, apprezzò questa loro cover e che, ironicamente, commentò: «…mi piace, ha molto spirito. E, inoltre, paga le bollette!»

Alcuni sostengono che sia una risposta a “Helpless” di Young che appare nell’album “Déjà vu” di Crosby, Stills, Nash & Young, un po’ per la progressione degli accordi molto simile che creano un’atmosfera meditativa e rassegnata e, anche, per la risposta emotiva che Dylan ci regala con la rassegnazione definitiva dell’uomo morente, in contrapposizione al grido di vulnerabilità e nostalgia col quale il canadese infarcisce il suo brano. Comunque due piccoli capolavori senza tempo di semplicità.

Final Theme” è un altro piccolo capolavoro melodico al quale il flauto di Gary Foster regala ulteriore drammaticità in attesa delle conclusive “Billy 4” e “Billy 7” che ci portano alla fine di questo disco, perfetto per un film che andrebbe riguardato sempre con grande attenzione, anche solo per ammirare all’opera due notevoli attori, un leggendario James Coburn e il songwriter Kris Kristofferson, che tornerà con Peckinpah anche in “Conwoy” del 1978.

Un esempio fulgido di come la musica rock sia diventata un linguaggio cinematografico oltre che manifesto di una generazione, sulla scia di film come Il Laureato, Easy Rider, Zabriskie Point, Fragole e Sangue e tanti altri a seguire.

[Antonio Boschi]


OB DYLAN – PAT GARRETT & BILLY THE KID cover album


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