Guy Clark – Old No. 1 recensione di Antonio Boschi

Oggi, 17 maggio 2022, sono già sei anni che Guy Clark ci ha lasciati, in modo delicato, quasi in punta di piedi come era suo uso. Mi manca parecchio questo texano dalle grandi mani che sapeva raccontarci storie di vita, di ubriachi, di giocatori e di perdenti con le sue ballate ricche di atmosfere che lo avevano reso uno dei songwriter preferiti da Bob Dylan.

Guy Clark era uno di quegli artisti, tanti, che non ha avuto il meritato riconoscimento, ma ha avuto un pubblico che lo ha amato per davvero. Era a suo modo un poeta, con una voce alla cartavetro, per le continue sigarette, ed era un poeta anche con la chitarra, suonata sobriamente ma con grande personalità, perfetta per far risaltare voce e testi.

Nel 1975 esce il suo primo album per la RCA, questo “Old No. 1” pietra miliare del genere, che collocava l’arista tra le principali pedine del Texas folk al fianco degli amici Townes Van ZandtJerry Jeff WalkerBilly Joe Shawer e che ebbe una grande influenza sull’allora giovanissimo Steve Earle, che fa la sua apparizione anche in questo disco.

E non c’è solo lui ad aiutare il gigante di Monahans (TX), infatti abbiamo la fortuna di ascoltare le preziose collaborazioni, tra i tanti, di Reggie YoungSteve GibsonDavid BriggsJack HicksRodney Crowell ed Emmylou Harris.

La puntina inizia a scorrere sui solchi del vinile e la melodia ci catapulta a canzoni che faranno la storia di questa musica, tipicamente americana, volutamente americana, di quell’America che un po’ tutti noi siamo innamorati e alla quale vediamo come una sorta di esempio, pur sapendo che non è per nulla così, purtroppo.

L’honky tonk di “Rita Ballou”, il capolavoro “L.A. Freeway”, ancora oggi una delle più belle canzoni mai scritte, “She Ain’t Goin’ Nowhere” e le storie di donne. La quasi bluegrass “A Nickel For The Fiddler”, la struggente, incantevole “That Old Time Feeling” e siamo già a girare il vinile che potresti dire «OK, ragazzone, sarai un big!». I

l giradischi si rimette in moto e torna a compiere i regolari 33 e 1/3 giri al minuto che “Texas 1947” e i suoi treni, cantati anche da Johnny Cash (in “Look At Them Beans”), iniziano a sbuffare trainando un altro dei capolavori dell’album “Desperados Waiting For The Train”.

Like A Coat From The Could”, dolce e pianistica, arriva appena prima di “Instant Coffee Blues” con tutta la sua storia d’amore che diventa un blues, come quelli che Mance Lipscomb e Lighting Hopkins insegnarono al giovane Guy quando era ad Houston, nella conclusiva “Let Him Roll”.

L’inizio dirompente di una carriera fatta di storie, ritratti umani mai banali, sempre arguti e che ci hanno fatto amare il Texas, quello di certi film, quello di tanti romanzi.

Quello di Guy Clark.

[Antonio Boschi]


Guy Clark – Old No. 1 cover album

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