Se penso al live “Bring It Back Alive” degli Outlaws quello che salta subito in mente è che ci sono dei giorni che non hai voglia di ascoltare cose “impegnative”, dischi che richiedano una particolare attenzione, ma ti serve – solo – una certa scarica adrenalinica, così anche senza motivo, perché ne hai semplicemente voglia.

Il rock ha questo potere e noi tutti siamo grati al rock, anche per questo. Ci sono anche dischi che restano negli scaffali per anni e anni, dopo – magari – aver quasi abusato di loro nel tempo della “sfrenata gioventù”, poi un bel giorno ti viene voglia di riprenderli in mano, estrarre il vinile dalla busta di carta, rivedere l’etichetta un tempo amica.

Portare il disco sul supporto di gomma del giradischi e notare con piacere che il foro centrale del vinile non fatica minimamente ad infilarsi attorno al perno dell’albero motore, chiara testimonianza dei tanti giri fatti dal disco sul nostro piatto.

Uno dei dischi che è uscito dopo tantissimo tempo dal suo alloggio è in live del 1978 della band sudista Outlaws, un doppio vinile che mostra ancora oggi i muscoli.

Sia chiaro non ci troviamo di fronte ad un vero e proprio capolavoro, ma la band guidata dal chitarrista Hughie Thomasson (1952-2007) alcune ottime zampate le aveva date, soprattutto con l’omonimo album di debutto (marzo 1975) e il successivo “Lady In Waiting”, minore ma ancora capace di regalarci buone cose al contrario di “Hurry Sundown” del 1977 che iniziava a denotare una stanchezza compositiva dalla quale la band non saprà più riprendersi.

Forse complice anche il cambio di produzione resta che la band di Tampa (Florida) passa dall’interessante suono fatto di una miscela di country-rock e blues del Sud ad uno molto più patinato e melodioso, certamente più remunerativo ma in antitesi col nome della band.

Outlaws – Bring It Back Alive

Ma questi “fuorilegge” dal vivo sanno ancora regalare emozioni e quando le luci si accendono e le 3 chitarre partono con “Stick Around For Rock & Roll” le cose diventano serie.

A Thomasson e alla sua Fender Stratocaster si affiancano le 2 Gibson Les Paul di Billy Jones e Freddie Salem – che nel frattempo aveva sostituito Henry Paul – mentre alle loro spalle il basso di Harvey Dalton Arnold, sostituto del bassista fondatore Frank O’Keefe, e la batteria di Monte Yoho, alla quale si affianca quella di David Pix, e il concerto può avere inizio, come ben testimoniato in “Bring It Back Alive” (1978, Arista AL 13-8114).

Il doppio album raccoglie registrazioni del 1977 prese tra il 9 settembre e il 13 novembre in differenti località, tra Chicago, Los Angeles, San Diego e Miami.

Lover Boy”, come la precedente da “Lady In Waiting”, è una delicata ballata che stringe l’occhio agli Eagles di “Hotel California” ma ha carattere così come “These Goes Another Love Song” che apriva il primo album e, via, la prima facciata se ne va.

Spetta a “Freeborn Man” riportarci in clima concerto dopo aver girato il vinile. Anch’essa dal secondo lavoro della band si fa amare per il riff bluesato e i bei contrappunti chitarristici che ben duettano con le voci di Thomasson, Jones, Salem e Dalton.

Il bel solo di chitarra centrale è una delle cose migliori di tutto il disco e che ci prepara alla seguente “Prisoners” col basso di Arnold in bella evidenza. “I Hope You Don’t Mind” è un tantino scontata e sottotono e chiude il lato B.

Si cambia disco e partiamo subito con “Song For You” tosta e delicata allo stesso tempo. “Cold And Lonesome” è la prima canzone del trittico che arriva da “Hurry Sundown”, anch’essa presente subito dopo “Holidays” e, senza sfigurare troppo, sono la parte più debole di tutto l’album.

La quarta e ultima facciata è interamente occupata da “Green Grass And High Tides” lunghissima cavalcata chitarristica – nonché fiore all’occhiello degli Outlaws e brano apertamente dedicato agli amici Lynyrd Skynyrd, periti nel famoso incidente aereo di Gillsburg, Mississippi – che, in una intensa escalation, ci porta con una certa classe alla fine del concerto.

Soddisfatto di aver riascoltato questo album dopo tanto tempo e con la consapevolezza che molto altro ne passerà prima del prossimo “giro” sul mio piatto per questi Outlaws che hanno saputo, però, riportare alla mente tanti ricordi piacevoli di un tempo che fu e di una spensierata gioventù con i finestrini abbassati della mia vecchia Fiat 124 tra le montagne del parmense, i capelli lunghi, 20 e passa kg in meno, ma sempre una delle mie fedeli camice a scacchi sopra ad una T-Shirt rigorosamente Made in USA, le sigarette, gli amici e il mangianastri a “bomba” perché, porca troia, il rock si ascolta al massimo volume.

[Antonio Boschi]


Outlaws – Bring It Back Alive


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