Recensione di Antonio Boschi del primo disco dei Little Feat

Lungo le strade di Los Angeles sul finire degli anni ’60 si aggiravano 4 ragazzi con un senso dell’humor surreale, un po’ pazzi visionari ma con una concezione musicale particolarmente avanti. Alcuni di loro militavano e stavano per lasciare le Mothers Of Invention di quel geniaccio di Frank Zappa, per la precisione il bassista Roy Estrada e il chitarrista e cantante Lowell George, altri provenivano da differenti esperienze, uno coi Factory (il batterista Richie Hayward) mentre il tastierista Bill Payne aveva militato, assieme a George, nella formazione dei Fraternity Of Man che riuscì ad avere un proprio brano nella colonna sonora di Easy Rider.

L’incontro dei 4 determinò la nascita dei Little Feat, una delle più creative band losangeline e statunitensi che riuscì, nell’arco di meno di un decennio, ad imporsi come tra le più influenti della scena rock mondiale (Blasters e Los Lobos ringraziano sentitamente), nonostante ripetuti litigi interni, profonde crisi e ripensamenti.

Sul finire dell’estate del 1970 il quartetto – assieme a Ry Cooder, il grande chitarrista che iniziava ad imporsi all’attenzione del pubblico, Russ Titelman, noto percussionista e Sneaky Pete Kleinow, figura chiave tra i suonatori di pedal steel guitar – entrò negli studi e ne scaturì questo omonimo primo album (1971, Warner Bros. WS 1890) che, se pur leggermente inferiore al seguente capolavoro “Sailin’ Shoes”, rimane una splendida testimonianza di questa band, con quel tipico suono, melting pot di stili tipicamente sudisti, dal blues al country, con venature rockabilly, boogie, rhythm’n’blues e funky.

Brani da pelle d’oca come l’iniziale “Snakes On Everything”, il capolavoro “Willin’” con un Cooder ispiratissimo alla slide che ritroviamo anche nel capolavoro blues “Forty-Four Blues/How Many More Years”, unica cover tratta dai repertori dei celebri Roosevelt Sykes e Chester Burnett, più noto come Howlin’ Wolf. Per una maggior precisione la presenza di Cooder è data dal fatto che Lowell George aveva subito un infortunio alla mano che gli impedì di poter partecipare a tutte le session, perciò chiesero all’unico in grado di poterlo sostituire senza minare l’atmosfera dell’album.

Senza dimenticare le famosissime “Hamburger Midnight” e “Crack In Your Door” dove la chitarra di Lowell George, leader indiscusso, sferza l’aria come un coltello affilatissimo.

Era solo l’inizio della storia dei Little Feat che proseguiranno con variazioni di formazione (Roy Estrada se ne andrà e subentreranno il chitarrista Paul Barrere, il bassista Kenny Gradney e il percussionista Sam Clayton) fino all’improvvisa morte di Lowell George avvenuta, per attacco cardiaco, il 29 giugno 1979 ad Arlington (Virginia) e al conseguente scioglimento della band che si riunì sul finire degli anni ’80 e tutt’ora in attività. Ma questa è tutt’altra storia. I veri Little Feat sono questi, non ci son storie.

[Antonio Boschi]


Copertina del primo omonimo album dei Little Feat del 1971

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